Forse Posso
Due ragazzi
una chimica esplosiva
un grande amore
La trama di Forse Posso
Neo e Gabe, diversi ma con molte passioni in comune si trovano alle prese con amici, genitori, coming-out e un sentimento che rischia di travolgerli.
Neo è al penultimo anno di liceo ed è cotto di un ragazzo più grande. Lo aspetta fuori dalle aule solo per poterlo vedere, arrossisce se Gabe lo guarda, entra in confusione se incrocia il suo sguardo. Ma non ha speranze, Gabriel è etero e ha una ragazza bellissima. Come se non bastasse, Neo nasconde la sua omosessualità da tutti, compresa la famiglia.
Gabe si è trasferito da poco nella nuova scuola, è bisessuale, spavaldo, sicuro della di sé e del suo fascino. Nonostante lui e Chantal abbiano un rapporto aperto, gli da parecchio fastidio quel moccioso di sesta che segue la sua ragazza ovunque.
Almeno finché non si rende conto che forse non è lei che Neo sta seguendo.
Sempre più intrigato dal ragazzino biondo, Gabriel si diverte a stuzzicarlo alternando indifferenza e occhiate che mandano Neo nel pallone. Deciso a togliersi lo sfizio, una volta che lo trova da solo nello spogliatoio di ginnastica, lo bacia a tradimento.
Inaspettatamente l’atto scherzoso e forse in parte punitivo si trasforma in qualcosa di diverso, di dolce e dirompente.
La gita a Parigi organizzata dal club di matematica è il momento perfetto per una piccola storia d’amore…
I protagonisti
Neo e Gabe
Gabe è tutto ciò che non potrò mai avere, nemmeno fra mille anni. Voglio dire, guardatemi. Raggiungo al pelo il metro e ottanta e anche se grazie alla vela, lo sci e un po’ di jogging non ho un brutto fisico sono decisamente troppo magro. E poi sembro un pupazzo di neve, fra la pelle candida, i capelli così chiari da essere quasi bianchi e gli occhi neri come il carbone. Non so, anche se non fosse etero – e lo è, ha una ragazza double plus – uno così non mi degnerebbe mai di un secondo sguardo.
La squadra di calcio ha appena girato l’angolo e lo vedo, il mio dio. Alto, capelli neri appena troppo lunghi, occhi di ghiaccio e l’immancabile sorriso ironico. Aggiungi la pelle ambrata, due spalle che non finiscono più e tutto il resto del pacchetto “modello di biancheria intima” ed ecco che a sbavare sono io.
Curiosità
Nello scrivere di un primo amore non potevo non inspirarmi ai miei anni di liceo. Molti piccoli episodi sono liberamente ispirati a cose che sono realmente accadute, compresa la gara di matematica, che nel mio caso si è svolta non a Parigi bensì a Stoccolma, e la risposta giusta data per caso.
Buona lettura!
Dove trovarlo
Potete trovare Forse Posso su Amazon (pulsante qui sotto), dove è possibile anche leggere un estratto.
È disponibile in paperback o ebook ed è compreso nell’abbonamento Kindle Unlimited.
Se intanto volete un piccolo assaggio, nello spoiler qui sotto potete trovare le prime pagine.
Forse posso
Cap 1 – Neo – Dovunque vai
Il lungo corridoio con l’anonimo pavimento in piastrelle color caffellatte e i muri dipinti a mezza altezza in verdino squallido non ha finestre da cui possa filtrare la luce del sole, illuminato solo dalle lampade al neon sembra una prigione o un laboratorio sotterraneo di qualche film di serie B. Non che a qualcuno importi. Da dove sono io, appoggiato alla fila di armadietti di metallo grigio, il mondo pare pieno di emozioni e felicità. Forse perché è appena suonata la campanella dell’intervallo. Le ragazze plus parlano fra loro, gesticolando, ridendo e scostandosi i lunghi capelli dal volto. È quasi divertente vedere il passo aggraziato e seducente, fintamente naturale, con cui si muovono, e ancora più divertente vedere le espressioni dei compagni che le seguono con gli occhi. Alcuni quasi sbavano. Al margine del gruppo ci sono alcune ragazze normali, carine, spesso più intelligenti e spiritose delle altre, sicuramente meno piene di sé, meno altezzose e giudicanti. Guardano le plus come fossero delle regine, sperando di carpire il segreto della popolarità, non hanno ancora capito che sono solo tre i fattori decisivi: un bel fisico, un look super tirato e un’esagerata sicurezza in sé stessi. E quest’ultima è una caratteristica con cui devi nascere, come mia sorella.
Eva non è una di loro, lei è una categoria a parte. Bella, aggressiva, strafottente, non teme nessuno e nessuno la mette in soggezione. Mai. È splendida, mia sorella, lunghi capelli biondo miele, pelle candida come la mia che però su una ragazza sta benissimo, occhi verdi da gatta e un trucco da urlo, in qualsiasi circostanza. Vive con il giubbotto di pelle nera – secondo me lo tiene anche il classe – pantaloni a guaina e toppini che le lasciano scoperto l’ombelico. Non so come faccia, mi fa freddo solo a vederla ma d’altronde noi maschi non possiamo capire. O così dice lei.
Comunque, tornando alla fauna locale, accanto al calorifero in fondo ci sono gli amanti del video, ragazzi che non badano alle marche dei vestiti o al taglio di capelli più in voga e passano l’intervallo a parlare degli ultimi giochi, delle strategie, delle armi migliori, cose così. Sono quelli con cui passo più tempo, non sono male. Simpatici, alla mano, se riesci a capire cosa dicono è bello starci insieme e poi mi tollerano. Max alza la mano e mi saluta: stasera andiamo al cinema, sei dei nostri? Non posso, i miei non mi lasciano uscire durante la settimana ma non è il caso di dirglielo, che figura ci farei, a diciassette anni a fare quello che dice mammina. Mi invento una scusa. Viene mia zia a cena, con i cugini che non ho, scusate. A volte mi chiedo perché la mia vita debba essere così complicata, mi sembra di annegare in una ragnatela di menzogne e mezze verità, così ingarbugliate che non so nemmeno io dove finiscono e dove inizia il vero me stesso.
Apro i cracker e ne sgranocchio uno. Jake è in ritardo, se è andato in bagno sono morto, si sa quando entra e non quando esce. E a me serve quel dannato compito. Attenzione, non è che io mi faccia fare i compiti da Jake, più che altro è il contrario. In algebra J è una frana e sistematicamente riesce a estorcermi il quaderno, li copia, ne sbaglia un paio, inserisce un paio di cancellature ad hoc, e me li restituisce prima della lezione successiva. Spero. Anche perché se mi si abbassa la media addio torneo interscolastico di matematica. Quest’anno si terrà a Parigi e io devo andarci, assolutamente. Parigi è un sogno, la Torre Eiffel, la Senna, Versailles, gli Champs Elysee, la città più romantica del mondo. E a proposito di romantico.
La squadra di calcio ha appena girato l’angolo e lo vedo, il mio dio. Alto, capelli neri appena troppo lunghi, occhi di ghiaccio e l’immancabile sorriso ironico. Aggiungi la pelle ambrata, due spalle che non finiscono più e tutto il resto del pacchetto “modello di biancheria intima” ed ecco che a sbavare sono io.
«… Neo? Neo? Pronto?»
Dopo dieci minuti che lo aspetto Jake arriva nell’unico momento in cui sono impegn… distratto.
«Che combini, ti sei perso?» Segue il mio sguardo e ghigna. «Ok, effetto Gabe. Comunque ecco qui, in perfetto orario,» dice passandomi il quablock.
Ora, due piccole precisazioni. La prima: sì, mi chiamo Neo. I miei genitori, in un momento di lucida follia, si sono ispirati al film preferito per scegliere il nome del loro primogenito, ma non mi lamento, l’altra possibilità era Augustine, dal santo d’Ippona, quindi viva Matrix.
Seconda: Jake è l’unico, in tutto il mondo, ora e per sempre, che sa.
Ci conosciamo da quando andavamo alla materna, abbiamo preso il morbillo insieme e insieme siamo scappati da casa a sei anni perché i suoi non volevano comprargli un cane. Siamo arrivati fino dal panettiere, ci siamo spaventati e siamo tornati indietro. I nostri genitori non se ne sono mai accorti e Jake non ha mai avuto l’husky che desiderava.
Eravamo insieme anche al campo estivo fra la quinta e la prima media. Me lo ricordo come fosse ieri: camerate da dieci ragazzi, c’era chi russava, chi chiacchierava fino a notte fonda, chi si alzava per andare in bagno, chi aveva la tosse. Dormire era praticamente impossibile. Poi la mattina, latte – che odio – con i cereali e via di corsa, tutti a fare sport di squadra. A parte il calcio c’era tutto: pallavolo, basket, palla prigioniera, baseball, football… Il mio incubo privato, e neanche tanto. Lanciatemi una palla e, se per puro caso dovessi riuscire a prenderla, potete stare sicuri che ammazzerò qualcuno. Mira e coordinazione non fanno per me.
Dopo pranzo l’orda di ragazzini urlanti si catapultava verso le rive del lago per le lezioni di vela. Ecco, quello è uno sport che amo, l’acqua, il cielo, il vento, nessuno che cerca di ucciderti. Adoravo quei pomeriggi in barca da solo con Jake. Almeno finché lui non ha trovato Peggy. Capelli rossi e lentiggini, Peggy era un vero maschiaccio e Jake è caduto come una pera cotta. Mi aveva supplicato di poter andare in barca con lei, c’era la sua amica, Jessica (mi pare), a cui piacevo un casino, potevamo fare doppia coppia. Allora gliel’ho confessato che a me le ragazze non interessano. Morivo di imbarazzo ma era Jake e, come ho detto, a lui posso confessare qualsiasi cosa e non mi delude mai. Mi ha guardato un attimo come se mi fossero spuntate le corna, poi ha guardato le due ragazze e ha alzato le spalle.
«Beh, sai che c’è, Peggy la incontro dopo, al falò,» ha detto lanciandomi il giubbotto salvagente. Quanti, mi chiedo, avrebbero reagito così, come se gli avessi detto che il mio gusto di gelato preferito in realtà era il cioccolato e non il limone, come se essere gay fosse una cosa da niente. A dieci anni.
E adesso eccoci qui, al penultimo anno di liceo, ancora insieme e ancora inseparabili. Riprendo i miei compiti e gli do una pacca sulle spalle.
«Pensavo fossi annegato in bagno,» lo prendo in giro cambiando rapidamente discorso. Anche se lui sa quanto mi faccia impazzire Gabriel preferisco non parlarne, almeno non a scuola. «Stavo per chiamare la guardia costiera».
«Scemo! Sai che c’è Ele a matematica. Mi sono solo pettinato e ho rimesso il gel. A proposito, vuoi una mentina?»
«Una mentina? Mica la devi baciare a lezione».
«Sai mai…»
In quel momento lo squillo assordante della campanella ci perfora i timpani, chiaramente anche a chi abita due strade più in là interessa sapere che ricominciano le lezioni.
La finestra dell’aula di matematica dà sull’ippocastano, sostituendo la vista dei capannoni industriali con quella di verdi fronde agitate dalla brezza. Adesso però è inverno e l’albero è uno scheletro annerito. La prof sta cercando di spiegare i logaritmi per la quarta volta in due settimane, il che mi lascia libero di far vagare la mente. Jake morde la penna e cerca di raccapezzarsi con palese difficoltà visto che intanto tiene la mano di Eleanor sotto il banco e, secondo il mio modesto parere, la maggior parte del sangue non sta irrorando il cervello. Io mi perdo nel freddo fuori dalla finestra e penso a quanto sono deficiente. Gabe è tutto ciò che non potrò mai avere, nemmeno fra mille anni. Voglio dire, guardatemi. Raggiungo al pelo il metro e ottanta e anche se grazie alla vela, lo sci e un po’ di jogging non ho un brutto fisico sono decisamente troppo magro. E poi sembro un pupazzo di neve, fra la pelle candida, i capelli così chiari da essere quasi bianchi e gli occhi neri come il carbone. Non so, anche se non fosse etero – e lo è, ha una ragazza double plus – uno così non mi degnerebbe mai di un secondo sguardo.
Qualcosa mi colpisce il collo. Mi giro di scatto e vedo Jake che mi fa un cenno con la testa, la prof mi sta guardando in cagnesco. Sulla lavagna c’è un’equazione di una semplicità abissale.
«Meno quattro».
È quasi scocciata che io lo sappia, si vede. «Avrebbe la bontà di spiegare ai suoi compagni come è arrivato al risultato?» mi chiede passandomi il pennarello.
Mi trascino fino alla lavagna: log2 1/16 = ….
Chissà se riesco ad arrivare al primo piano prima che quelli del settimo anno(1) escano dal laboratorio di chimica?
La riposta è no. Dannazione.
Aspetta, non è vero, Gabe è ancora dentro a parlare quel suo amico asiatico. Dico asiatico solo perché non ho idea di come si chiami, non conosco nessuno dell’ultimo anno a parte quelli del club di matematica. Come Gabriel. La natura sa essere ingiustamente generosa con i suoi prediletti, come si fa a essere così fighi e così intelligenti allo stesso tempo? Grazie natura, ti devo un favore.
Sta uscendo. Mi appiattisco dietro agli armadietti e lo guardo muoversi mentre fingo di leggere un vecchio volantino mezzo strappato appeso con lo scotch. Audizioni per Sogno di una notte di mezza estate. Ironia della sorte, il mio sogno di mezzo inverno è appena passato a pochi centimetri da me, sento il profumo di muschio e sandalo, e io sono in stra-ritardo per filosofia.
Camera mia è un frullato di tempi e gusti diversi. Alle pareti si alternano vecchi poster dei Pokémon che non ho mai avuto voglia di staccare e le litografie di Escher che preferisco: l’anello di Moebius con le formiche, le scale e la metamorfosi. Dietro la scrivania ingombra di libri aperti e quaderni di appunti in equilibrio precario c’è un pannello di sughero pieno di ritagli, post-it, cartoline e biglietti, compresa la foto di classe della prima elementare e quella del club di matematica scattata appena prima di Natale: Gabe è in centro, ovviamente, io a sinistra mezzo nascosto dietro al professore. Sul soffitto blu sono ancora appiccicate le stelle fluorescenti di quando ero bambino.
Sdraiato sul materasso, con una gamba che penzola giù dal letto e un braccio piegato sulla fronte ripenso alla cena di stasera. Arrosto e patate, intanto parlavamo del più e del meno, la scuola, politica, mia sorella che voleva uscire a cena col suo ragazzo, il solito.
«Sai cosa c’era oggi sul giornale?» ha chiesto mia madre. «Dicono che esiste un farmaco che fa cambiare sesso ai ragazzini! E lo passa la mutua».
Ovviamente non esiste nulla del genere, al massimo la triptorelina ritarda l’arrivo della pubertà, ma vai a farglielo capire. Io è da anni che non ci provo neanche più a discutere con lei. Comunque, da lì è partita con i suoi discorsi sull’omosessualità, il peccato e il bisogno di cure per questo problema. Mia sorella è una combattente, se non è d’accordo con qualcosa non riesce a stare zitta e la discussione si è fatta sempre più accesa. Papà, più morigerato, aveva iniziato con dei quieti “Non esagerare, vedrai che hai capito male” ma si era arreso quasi subito lasciando campo alle due donne. Più Eva si arrabbiava, parlava di diritti umani e libertà di scelta e più mia madre ci andava giù pesante. E io a guardare le patate, con la nausea che mi serrava lo stomaco.
«… nessuno fa niente contro questa aberrazione, anzi, stampano libri illustrati per bambini con famiglie composte da due mamme o due papà. Ma come si fa? Libri per bambini dell’asilo!»
E a quel punto mi sono alzato di scatto e sono corso in bagno, giusto in tempo per rimettere l’anima. Mia madre, preoccupata, è corsa a chiedermi come mi sentissi. Benissimo mamma, avrò preso freddo.
Perché sono nato in questa famiglia? O forse perché sono nato così? Così in questa famiglia.
Da piccoli mamma ci impediva di uscire a fare dolcetto o scherzetto perché Halloween non è una tradizione cristiana, come se a dei bambini interessasse l’origine della festa. Per lei tutto è bianco o nero, niente compromessi o mezze misure e niente progresso, è un miracolo che accetti la teoria dell’evoluzione. Poi c’è il buon nome della famiglia, guai a macchiarlo, gli scheletri devono starsene quieti nei loro armadi, magari bloccati da un bel lucchetto.
Chiudo gli occhi, dico addio alle stelle sul soffitto e penso a lui. Al diavolo tutti, mi viene quasi voglia di andare in bagno a fare altro. Chissà cosa direbbe mia madre, suo figlio che si tocca pensando all’attaccante della squadra di calcio del liceo.
Sento bussare alla porta, tre colpi veloci, decisi, quasi impazienti. Eva. «Neo? Posso?» ed è già dentro.
Si chiude la porta alle spalle a si lancia, nel vero senso della parola, a sedere sul letto accanto a me.
«Come stai?» Mi passa una mano sul braccio e aggiunge: «Mi spiace, davvero».
Per che cosa? A volte – spesso in realtà – credo che Eva sappia tutto di me. Lei non ne parla, io nemmeno, però quando mi sento a pezzi è sempre accanto a me. La mia sorellina minore che mi protegge.
«Te l’ho detto, dopo la doccia sono stato troppo in giro in maglietta, si gela qui».
I suoi occhi verdi sembrano volermi trapassare il cranio: «Certo. È sicuramente quello, non il fatto che non reggi le tensioni».
Allora è questo il problema secondo lei. Pericolo scampato.
«Eva ti prego, non è il momento». Ovviamente il risultato è nullo, non se ne va.
«Venerdì sera Phil mi porta alla partita. Tu e Jake siete dei nostri?»
Vuoi anche prendermi a bastonate? Basta dirlo. «Sai che non vengo mai. Non sopporto il calcio». Non mi piacciono neppure i giocatori sudati, nemmeno un po’.
È dalla prima elementare che dico a tutti quanto sia stupido come sport, con quel fanatismo esagerato, le urla, le trasferte, le maglie dei campioni… Se tutto ad un tratto decidessi di andare a vedere la finale contro il Trowbridge, lo capirebbe anche un cieco che qualcosa non torna.
«Beh, se cambiate idea noi siamo lì, ci sarà tutto il gruppo. Poi magari andiamo a farci un hamburger».
Phil ha un anno più di Eva, ovvero è della mia classe, il che è un po’ strano. Non siamo mai stati amiconi ma è uno a posto, il tipico amico dell’amico, quello che vedi volentieri a una pizzata ma che non chiami solo per sapere come va. Non sono sicuro di capire cosa ci trovi mia sorella, è troppo tranquillo per lei, troppo prevedibile ma forse Eevee(2) ha bisogno di una pausa, di qualcuno che smorzi i suoi eccessi.
«Andiamo a farci un hamburger?» ripeto come un fesso. Non andiamo in discoteca o una festa, nemmeno a farci una birra, no, un hamburger. Dev’essere proprio cotta.
A volte siamo come gemelli, non c’è bisogno di parlare, infatti lei capisce tutto il sottinteso, alza gli occhi al cielo e allarga le braccia. «C’est l’amour, Neo, ti cambia».